...in fondo un pò invidio gli alti e i bassi, sembrano sinonimo di una normale quotidianità, mentre io sono sintonizzata sui bassi, talmente bassi da essere bassifondi - e cosa potevo sperare visto il mio metro e coda di cavallo (per me i Vatussi hanno la testa tra le nuvole), che figuriamoci come si presenta quando ho un diavolo per capello e la casa è umida tanto che i funghi crescono sulle pareti (almeno porcini si spera), mi chiedo, sarebbe meno umida se fossi alta e magra e la vita fosse un pò più mia?... mia tua nostra, no, almeno vostra grazia vogliate perdonarmi se mi sforzo di sorridere un pò, ma voi vi alterate perchè sembro troppo contenta.
Se devo essere proprio sincera, l'ultima volta che sono stata Contenta credo di non rimembrarmela (ma si può coniugare così?), volendo potrei associarla a qualche ricordo d'infanzia che non ricordo più, così a caso facciamo quando ho mangiato lo zucchero filato. Non capisco perchè ancora mi piaccia, è terribile come lasci le dita a mò di carta moschicida, per la festa dei moscerini di paese... e ne avrei di racconti sui moscerini del mio paese d'infanzia... però oggi è il 5 novembre (pardon, siamo già al 6, ma questo è il racconto del 5). Ed io me lo ricordo ancora, ricordo ancora l'immagine come un quadro di Caravaggio, con quei colori incredibilmente veri da sentirne persino l'odore. E ancora mi colpisce. Mi fa lo stesso effetto...
...così...
...avrei voluto, almeno oggi, che ci fosse stata una piccola festa nel mio cuore. Ma poi c'è il minestrone quotidiano e soprattutto bisogna stare attenti a non sostare sotto le porte, fa nulla, è divertente addobbare manichini dagli occhi sognanti- al gelo- e però mi piace davvero, anche se sembra triste detta così, perchè l'inverno comincia a farsi sentire e siamo tutti un pò più tristi, in verità.
Sono seduta nella sala d'attesa di una stazione ed al binario 8 ci sono ritardi e qualche volta troppe pretese... pretese dimentiche che nelle sale d'attesa sostano sospiri e desideri e speranze dalle ali cangianti, fatine che scorazzano e litigano per le briciole con i piccioni, qualche brivido per il freddo imminente e ossa che scricchiolano per i dolori degli anni passati... e c'è tanta pazienza, tanta perchè l'amore esiste (e resiste) ancora, perciò i ritardi possono essere sopportati, finchè si ha il coraggio di sognare e di crederci un pò più di ieri. Un pò meno oggi, ma un pò di più domani...
Esattamente un anno fa.
Ecco perchè non si smette e si resta qui, a prendere il gelo e l'umido, pensando al vento ed alle nuvole, stagliate contro il cielo, in alto sopra il mare.
(dedicato a quel sogno improbabile e bellissimo)
(buon 5 novembre)
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sabato 6 novembre 2010
martedì 24 novembre 2009
Morgana dei corvi e delle tempeste
La stanza è buia, non l'ha mai vista prima, ma la donna sa che è la sua stanza.
Si chiede perché indossa solo la parte sopra del pigiama... e le prude la testa. Una f
orte sensazione di disagio la pervade, ma lo guarda, come se fosse uno spettro, domandandosi perché lui si trovi a casa sua (perché sei qui, che cosa ci fai qui, non dovresti essere qui).
C'è un tavolo molto lungo nella sala da pranzo, non ci sono finestre, tutto è illuminato da luce artificiale, i piatti sono tanti, disordinati, sporchi. Ora la donna indossa tutto il pigiama, come soprabito una logora vestaglia e siede a capotavola: ci sono tre persone al lato sinistro del tavolo, volti completamente sconosciuti, ma lei sa di conoscerli... sa che sono suoi parenti. Lui siede al lato opposto del tavolo. "Cara, siamo passati a farti visita, vorremmo sapere come stai" dice uno degli sconosciuti parenti (perché siete qui, cosa ci fate qui, non dovreste essere qui). "Cara, vorremmo..." (basta) "sì, noi crediamo che..." (silenzio) "tu dovresti..." "Io dovrei? Voi NON dovreste trovarvi qui ora, siete un disturbo, non siete stati invitati, siete come estranei che si sono introdotti nella MIA casa, andate via, FUORI, SUBITO!!!"... la donna sembra in preda ad una crisi isterica, ansima, suda e sente crescere il disagio, la rabbia, la confusione e ancora si chiede perché mai indossa quel maledetto pigiama. E' sporco, anche la casa è sporca...
Piange. Chiude gli occhi, li riapre e si trova, coperta solo dalla vestaglia, sui gradini dell'ingresso, all'esterno della sua abitazione. Che non riconosce, ma sa essere casa sua. C'è molta gente su quei gradini (perché sono qui, cosa ci fanno qui, non dovrebbero essere qui)... la rabbia cresce ancora e trova sfogo in un urlo terribile che spaventa tutte le persone intorno " VIA, VIA DAI MIEI GRADINI, DALLA MIA CASA, DALLA MIA VITA!!!"... la donna sembra impazzita. L'uomo le si avvicina e le sussurra all'orecchio "è quello che hai voluto tu"... ad un tratto lei immagina sé stessa vecchia, molto vecchia, sola, in quella grande casa sporca e dei bambini che lanciano sassi sulle sue finestre, intonando strane filastrocche sulla sua miseria... e sulla sua solitudine. Come la signora vecchia dei ricordi di sua madre...
Chiude gli occhi per scacciare l'orrore. Li riapre. Ora è completamente nuda, nel bagno, e lui, nudo a sua volta, sta nella vasca da bagno, senz'acqua, sdraiato. "Vai via, vattene da...", ma prima che abbia il tempo di finire, si ritrovano abbracciati sul pavimento, un vecchio pavimento a scacchi bianchi e neri (è terribile questo pavimento), si baciano, mordendosi le labbra, divorandosi il viso e la pelle... si stringono... e lei vede la sua mano, con un grande orologio nero al polso che non riconosce, fare leva sul pavimento, per spingere il suo corpo contro al suo, per entrare dentro di lei... Nonostante lo desideri con tutta la sua carne, la sua mente si oppone e la costringe a spingerlo via... Lontana, in un angolo, livida di follia, vomita persino l'anima... lo guarda e gli chiede "perché sei qui?" ...
"E' per lei" " Per LEI?" " Sì, sai l'ultima" "L'ultima che?" " Sì, è nuova, non la conosci. All'inizio era un pò ribelle, ma ora è cambiata, tutte l'adorano, si è integrata bene nel gruppo, nel mio gruppo..."
Come colpita allo stomaco, nel suo sguardo non v'è più rabbia, né rancore, né orgoglio, né follia: appare la SUPPLICA. Abbracciata al piede del tavolo di quella sala senza finestre biascica "vattene via, ti prego, vattene, vattene, vattene..."
Indosso solo una logora vestaglia, sono seduta su quel pavimento a scacchi, che, non so perché, ora ospita una sorta di stanza per le pulizie. C'è una lavatrice davanti a me. E' grande. Credo di avere i capelli molto in disordine, il suo spettro se n'è andato (penso) e non oso guardarmi allo specchio. Probabilmente la mia espressione si avvicina molto a quella della Medusa di Caravaggio ed i capelli, pur non essendo serpenti, devono avere la stessa posa. Ne sono sicura. Non capisco perché mi sono così preoccupata di cose stupide come il pigiama e non ho badato al fatto che mi trovo in una casa che non conosco, in stanze mai viste, in compagnia di visi mai conosciuti (eccetto uno), ma che so per certo fare parte della mia vita. Forse la mia memoria si è rovinata e ho un senso di falsa appartenenza? Sono impazzita?
All'improvviso mi sovviene una domanda, che non oso esprimere...
La risposta non tarda ad arrivare...
...dalla finestra, cori di bambini intonano una filastrocca:
"Morgana dei corvi e delle tempeste
la vecchia strega che guasta le feste"
(...)
(Questo non è un racconto. O meglio lo è, ma è il sogno che ho fatto stanotte... rimaneggiato, sicuramente: per dare spazio alla narrazione breve ho dovuto omettere la descrizione dettagliata dei luoghi come le stanze che ad un certo punto si mescolavano... ricordo che mentre ero abbracciata al piede del tavolo, stavo ancora nel bagno, ma non si sa come, c'era un pezzo di tavolo al suo interno... )
Si chiede perché indossa solo la parte sopra del pigiama... e le prude la testa. Una f
orte sensazione di disagio la pervade, ma lo guarda, come se fosse uno spettro, domandandosi perché lui si trovi a casa sua (perché sei qui, che cosa ci fai qui, non dovresti essere qui).C'è un tavolo molto lungo nella sala da pranzo, non ci sono finestre, tutto è illuminato da luce artificiale, i piatti sono tanti, disordinati, sporchi. Ora la donna indossa tutto il pigiama, come soprabito una logora vestaglia e siede a capotavola: ci sono tre persone al lato sinistro del tavolo, volti completamente sconosciuti, ma lei sa di conoscerli... sa che sono suoi parenti. Lui siede al lato opposto del tavolo. "Cara, siamo passati a farti visita, vorremmo sapere come stai" dice uno degli sconosciuti parenti (perché siete qui, cosa ci fate qui, non dovreste essere qui). "Cara, vorremmo..." (basta) "sì, noi crediamo che..." (silenzio) "tu dovresti..." "Io dovrei? Voi NON dovreste trovarvi qui ora, siete un disturbo, non siete stati invitati, siete come estranei che si sono introdotti nella MIA casa, andate via, FUORI, SUBITO!!!"... la donna sembra in preda ad una crisi isterica, ansima, suda e sente crescere il disagio, la rabbia, la confusione e ancora si chiede perché mai indossa quel maledetto pigiama. E' sporco, anche la casa è sporca...
Piange. Chiude gli occhi, li riapre e si trova, coperta solo dalla vestaglia, sui gradini dell'ingresso, all'esterno della sua abitazione. Che non riconosce, ma sa essere casa sua. C'è molta gente su quei gradini (perché sono qui, cosa ci fanno qui, non dovrebbero essere qui)... la rabbia cresce ancora e trova sfogo in un urlo terribile che spaventa tutte le persone intorno " VIA, VIA DAI MIEI GRADINI, DALLA MIA CASA, DALLA MIA VITA!!!"... la donna sembra impazzita. L'uomo le si avvicina e le sussurra all'orecchio "è quello che hai voluto tu"... ad un tratto lei immagina sé stessa vecchia, molto vecchia, sola, in quella grande casa sporca e dei bambini che lanciano sassi sulle sue finestre, intonando strane filastrocche sulla sua miseria... e sulla sua solitudine. Come la signora vecchia dei ricordi di sua madre...
Chiude gli occhi per scacciare l'orrore. Li riapre. Ora è completamente nuda, nel bagno, e lui, nudo a sua volta, sta nella vasca da bagno, senz'acqua, sdraiato. "Vai via, vattene da...", ma prima che abbia il tempo di finire, si ritrovano abbracciati sul pavimento, un vecchio pavimento a scacchi bianchi e neri (è terribile questo pavimento), si baciano, mordendosi le labbra, divorandosi il viso e la pelle... si stringono... e lei vede la sua mano, con un grande orologio nero al polso che non riconosce, fare leva sul pavimento, per spingere il suo corpo contro al suo, per entrare dentro di lei... Nonostante lo desideri con tutta la sua carne, la sua mente si oppone e la costringe a spingerlo via... Lontana, in un angolo, livida di follia, vomita persino l'anima... lo guarda e gli chiede "perché sei qui?" ...
"E' per lei" " Per LEI?" " Sì, sai l'ultima" "L'ultima che?" " Sì, è nuova, non la conosci. All'inizio era un pò ribelle, ma ora è cambiata, tutte l'adorano, si è integrata bene nel gruppo, nel mio gruppo..."
Come colpita allo stomaco, nel suo sguardo non v'è più rabbia, né rancore, né orgoglio, né follia: appare la SUPPLICA. Abbracciata al piede del tavolo di quella sala senza finestre biascica "vattene via, ti prego, vattene, vattene, vattene..."
Indosso solo una logora vestaglia, sono seduta su quel pavimento a scacchi, che, non so perché, ora ospita una sorta di stanza per le pulizie. C'è una lavatrice davanti a me. E' grande. Credo di avere i capelli molto in disordine, il suo spettro se n'è andato (penso) e non oso guardarmi allo specchio. Probabilmente la mia espressione si avvicina molto a quella della Medusa di Caravaggio ed i capelli, pur non essendo serpenti, devono avere la stessa posa. Ne sono sicura. Non capisco perché mi sono così preoccupata di cose stupide come il pigiama e non ho badato al fatto che mi trovo in una casa che non conosco, in stanze mai viste, in compagnia di visi mai conosciuti (eccetto uno), ma che so per certo fare parte della mia vita. Forse la mia memoria si è rovinata e ho un senso di falsa appartenenza? Sono impazzita?
All'improvviso mi sovviene una domanda, che non oso esprimere...
La risposta non tarda ad arrivare...
...dalla finestra, cori di bambini intonano una filastrocca:
"Morgana dei corvi e delle tempeste
la vecchia strega che guasta le feste"
(...)
(Questo non è un racconto. O meglio lo è, ma è il sogno che ho fatto stanotte... rimaneggiato, sicuramente: per dare spazio alla narrazione breve ho dovuto omettere la descrizione dettagliata dei luoghi come le stanze che ad un certo punto si mescolavano... ricordo che mentre ero abbracciata al piede del tavolo, stavo ancora nel bagno, ma non si sa come, c'era un pezzo di tavolo al suo interno... )
sabato 22 agosto 2009
90% cacao
Stanotte pensavo (e non sognavo) che mi sarebbe piaciuto fare a pezzetti la mia chitarra, sfilare ogni singola corda, tagliuzzarla ed infine divorarla. Digerendola il mio stomaco avrebbe poi accumulato ciò che serve in qualche catena polisaccaride di riserva di cui non ricordo davvero il nome (e forse non mi interessa) oppure in qualche lipide di riserva. Come a dire, avrebbe fatto parte di me davvero, intendo, la musica. Forse solo per una stramba idea di appartenere a qualcosa, la ricerca di una comunione profonda con un'essenza.
Il punto è che per rendere reale questa follia avrei dovuto compiere verso me stessa quell'atto che tanto spesso rifiuto/ricerco, ossia la menzogna.
Ingannare me, dicendomi che quei pezzi di legno sono cioccolato, cioccolato delle migliori qualità: ma sappiamo (per chi ha assaggiato il legno, magari accidentalmente oppure per abitudine, dunque i tarli mi capiscono) (ovvero sto parlando ai tarli) (!!), dicevo, sappiamo (?) che il legno è AMARO ed in più ASTRINGENTE. Ebbene esiste una qualità di cioccolato simile, quello più puro, che contiene il cacao al 90% (basta leggere le etichette): adatto allo scopo, dunque...
Ma, cari miei lettori tarli, io detesto il gusto del suddetto cioccolato e per giungere allo scopo di cui sopra avrei dovuto ingannarmi ulteriormente, cioè fingere che quel sapore, diamine, io l'adoro, ignorando il mio amore viscerale per le cose dolci, io che bevo lo zucchero con il caffè ed il miele con il the.
Forse la cosa diventava troppo complicata.
La mia chitarra, che per ora suona me, è ancora intatta.
Troverò un altro modo o forse non lo troverò mai, ma...
Tempo fa mangiai un petalo di rosa rossa, una promessa di un viaggio che poi non venne mantenuta: così il viaggio lo fece lei, all'interno del mio corpo e forse ora non ce n'è più traccia nel mio sangue...
...però... io spero che, in qualche modo, un modo incomprensibile all'uomo, anche solo un atomo di petalo abbia attraversato le pareti del corpo per giungere nelle stanze dell'anima.
Alberga lì, confuso tra mille chincaglierie e ogni genere d'ogni...
Un singolo atomo, rosso Rosa.
Il punto è che per rendere reale questa follia avrei dovuto compiere verso me stessa quell'atto che tanto spesso rifiuto/ricerco, ossia la menzogna.
Ingannare me, dicendomi che quei pezzi di legno sono cioccolato, cioccolato delle migliori qualità: ma sappiamo (per chi ha assaggiato il legno, magari accidentalmente oppure per abitudine, dunque i tarli mi capiscono) (ovvero sto parlando ai tarli) (!!), dicevo, sappiamo (?) che il legno è AMARO ed in più ASTRINGENTE. Ebbene esiste una qualità di cioccolato simile, quello più puro, che contiene il cacao al 90% (basta leggere le etichette): adatto allo scopo, dunque...
Ma, cari miei lettori tarli, io detesto il gusto del suddetto cioccolato e per giungere allo scopo di cui sopra avrei dovuto ingannarmi ulteriormente, cioè fingere che quel sapore, diamine, io l'adoro, ignorando il mio amore viscerale per le cose dolci, io che bevo lo zucchero con il caffè ed il miele con il the.
Forse la cosa diventava troppo complicata.
La mia chitarra, che per ora suona me, è ancora intatta.
Troverò un altro modo o forse non lo troverò mai, ma...
Tempo fa mangiai un petalo di rosa rossa, una promessa di un viaggio che poi non venne mantenuta: così il viaggio lo fece lei, all'interno del mio corpo e forse ora non ce n'è più traccia nel mio sangue...
...però... io spero che, in qualche modo, un modo incomprensibile all'uomo, anche solo un atomo di petalo abbia attraversato le pareti del corpo per giungere nelle stanze dell'anima.
Alberga lì, confuso tra mille chincaglierie e ogni genere d'ogni...
Un singolo atomo, rosso Rosa.
sabato 11 luglio 2009
Visione ispirata da un brano dei Black tape for a blue girl
Mi chiedo se questo tanto agognato Dio non sia nascosto tra le infinite vibrazioni del suono...
Sollevata delicatamente dal letto, in posizione supina.. ero io stessa una vibrazione dell'aria e quella musica risuonava dentro ogni più remoto angolo del mio corpo, passava negli spazi tra gli atomi così ero una cassa di risonanza, uno strumento che il suono usava per potersi espandere, per viaggiare attraverso probabili porte tra mondi...al di sopra e tuttavia dentro tutto e forse solo soffiando avrei potuto sollevare il velo, ma non avevo bisogno di questo... non avevo bisogno di nulla... erano alberi e dal seme bevevano acqua pura, come le corde dei violini si tendevano e suonavano per sollevarsi e raggiungere il cielo, ogni ramo una nota, ogni foglia un acuto....e finestre logore, antiche case diroccate e contorte, assimilate dalla terra, vapori nebbie e nuvole e muschio, potevo sentirne l'odore e non ero triste, nè felice...ero...ero... ero tutto, dentro e fuori, così potevo contorcermi come un ramo o espandermi nell'aria come un profumo... bere acqua ed essere la stessa che scivolava dentro me... tutto scorreva scorreva scorreva...ma gli alberi danzano mentre crescono?
infinito...
che la morte sia così? forse è anch'essa musica nell'attimo finale e quando pian piano tutti i nostri atomi si disgregano e si rimescolano, producono ancora eterne vibrazioni... inverosimili nello spazio... chissà cosa si sente in alto, dove ci dovrebbe essere il vuoto... forse è stata una nota a dare il via all'universo ed essa continua a viaggiare nello spazio e nel tempo... vorrei potermi infilare in quegli anfratti e correre con essa...
...persino Morgana la immagino cantare o evocare semplicemente della musica per poter aprire le nebbie...
le parole del potere sono canzoni...
Voglio attaccarmi ovunque ed essere usata come una cassa di risonanza... com'è meraviglioso essere uno strumento di più strumenti....
Sollevata delicatamente dal letto, in posizione supina.. ero io stessa una vibrazione dell'aria e quella musica risuonava dentro ogni più remoto angolo del mio corpo, passava negli spazi tra gli atomi così ero una cassa di risonanza, uno strumento che il suono usava per potersi espandere, per viaggiare attraverso probabili porte tra mondi...al di sopra e tuttavia dentro tutto e forse solo soffiando avrei potuto sollevare il velo, ma non avevo bisogno di questo... non avevo bisogno di nulla... erano alberi e dal seme bevevano acqua pura, come le corde dei violini si tendevano e suonavano per sollevarsi e raggiungere il cielo, ogni ramo una nota, ogni foglia un acuto....e finestre logore, antiche case diroccate e contorte, assimilate dalla terra, vapori nebbie e nuvole e muschio, potevo sentirne l'odore e non ero triste, nè felice...ero...ero... ero tutto, dentro e fuori, così potevo contorcermi come un ramo o espandermi nell'aria come un profumo... bere acqua ed essere la stessa che scivolava dentro me... tutto scorreva scorreva scorreva...ma gli alberi danzano mentre crescono?
infinito...
che la morte sia così? forse è anch'essa musica nell'attimo finale e quando pian piano tutti i nostri atomi si disgregano e si rimescolano, producono ancora eterne vibrazioni... inverosimili nello spazio... chissà cosa si sente in alto, dove ci dovrebbe essere il vuoto... forse è stata una nota a dare il via all'universo ed essa continua a viaggiare nello spazio e nel tempo... vorrei potermi infilare in quegli anfratti e correre con essa...
...persino Morgana la immagino cantare o evocare semplicemente della musica per poter aprire le nebbie...
le parole del potere sono canzoni...
Voglio attaccarmi ovunque ed essere usata come una cassa di risonanza... com'è meraviglioso essere uno strumento di più strumenti....
martedì 24 febbraio 2009
Una giornata fredda, in un freddo cafè di Milano
Il cielo è grigio là fuori, interminabili piccioni grassi sopra i fili del tram, sferragliare lento sui binari, suoni confusi di clacson, automobilisti impazziti e semafori intirizziti dal freddo.
Un piccolo cafè, vicino ad un piccolo teatro, profuma ancora di tempi antichi, con muri in stucco e tovaglie ricamate.
Un uomo e una donna siedono ad un tavolino.
Davanti a loro, due caffè fumanti.
Fra di loro, due caffè ed il silenzio.
C'è molto rumore là fuori, passano i tram, urlano i passanti, i clacson continuano a suonare.
Ma quel silenzio, che ora ha impregnato l'aria del piccolo cafè, è diventato palpabile.
Sembra ovattato, come se fosse caduto dal cielo uno strato di cotone, bianco, morbido, vellutato.
L'uomo e la donna non si guardano.
Guardano i loro caffè, come se cercassero chissà quali risposte a chissà quali domande.
Cosa c'è nella tazzina del caffè?
Un uomo di mezza età di riflesso guarda nel suo bicchiere di whisky, ma non trova nulla di ciò che cerca.
Cosa c'è dentro quel caffè? Cosa cercano quegli sguardi, che non si incrociano, mai, nemmeno per un istante?
Le risposte sono all'interno dei loro stessi occhi.
Se ci si potesse avvicinare e guardarvi dentro, si potrebbero vedere fiumi di parole, parole che restano annodate in gola, appiccicate al palato, annegate nella saliva o incastrate fra i denti.
E' che a volte i pensieri diventano impossibili da pensare, figuriamoci da dire, le emozioni stanno ferme lì, nel petto, ferme e confuse e non è possibile respirare, la bocca ed il fiato come imprigionati e legati da un demone dispettoso che alberga sotto, sotto, nelle profondità dello stomaco.
Così la conversazione è fatta di sospiri, di sguardi, di freddo e di amaro sapor di caffè.
I minuti passano, i ragni tessono le loro tele infinite.
La donna e l'uomo si alzano, i loro cappotti ben legati in vita, un paio di guanti, un cappello sgualcito.
Escono dal piccolo cafè, prendono la propria strada, tra binari e metrò, grigio e fango, vento e neve.
Una piccola rosa sul tavolino perde due petali rossi.
Un piccolo cafè, vicino ad un piccolo teatro, profuma ancora di tempi antichi, con muri in stucco e tovaglie ricamate.
Un uomo e una donna siedono ad un tavolino.
Davanti a loro, due caffè fumanti.
Fra di loro, due caffè ed il silenzio.
C'è molto rumore là fuori, passano i tram, urlano i passanti, i clacson continuano a suonare.
Ma quel silenzio, che ora ha impregnato l'aria del piccolo cafè, è diventato palpabile.
Sembra ovattato, come se fosse caduto dal cielo uno strato di cotone, bianco, morbido, vellutato.
L'uomo e la donna non si guardano.
Guardano i loro caffè, come se cercassero chissà quali risposte a chissà quali domande.
Cosa c'è nella tazzina del caffè?
Un uomo di mezza età di riflesso guarda nel suo bicchiere di whisky, ma non trova nulla di ciò che cerca.
Cosa c'è dentro quel caffè? Cosa cercano quegli sguardi, che non si incrociano, mai, nemmeno per un istante?
Le risposte sono all'interno dei loro stessi occhi.
Se ci si potesse avvicinare e guardarvi dentro, si potrebbero vedere fiumi di parole, parole che restano annodate in gola, appiccicate al palato, annegate nella saliva o incastrate fra i denti.
E' che a volte i pensieri diventano impossibili da pensare, figuriamoci da dire, le emozioni stanno ferme lì, nel petto, ferme e confuse e non è possibile respirare, la bocca ed il fiato come imprigionati e legati da un demone dispettoso che alberga sotto, sotto, nelle profondità dello stomaco.
Così la conversazione è fatta di sospiri, di sguardi, di freddo e di amaro sapor di caffè.
I minuti passano, i ragni tessono le loro tele infinite.
La donna e l'uomo si alzano, i loro cappotti ben legati in vita, un paio di guanti, un cappello sgualcito.
Escono dal piccolo cafè, prendono la propria strada, tra binari e metrò, grigio e fango, vento e neve.
Una piccola rosa sul tavolino perde due petali rossi.
domenica 22 febbraio 2009
Alla deriva
Oggi la giornata è splendida, sono sotto il sole. Qualche bagno veloce perché l'acqua è molto fredda. È bello stare qui e sentire il rumore ritmico delle onde. Fare qualche passeggiata sul bagnasciuga, guardare l'orizzonte, osservare il volo controvento di un gabbiano, soprattutto: una macchia bianca che emerge dalle profondità azzurre del mare e si perde tra le nuvole del cielo; un veleggiare soave e lento, una danza ritmica, come di piuma lasciata volteggiare da una brezza salina, in circoli lenti, lenti, lenti... In spirali vorticano i miei pensieri. Perduti tra la spuma di un'onda, ogni tanto riemergono dalle acque. Miriadi di domande e quando sembra di poter afferrare le risposte, un'onda più forte le trascina via. Così, residui sulla spiaggia, portati dal vento di maestrale, dalle lente maree, così, le idee, i pensieri, i sogni e le illusioni stanno e non si può cercare di rimetterli insieme, sarebbe un puzzle incompleto e in egual modo non realizzabile, poiché formato da barattoli vecchi, tappi di bottiglie, alghe, mozziconi di sigarette e cenere di fuoco artificiale.
Alla deriva.
Come le nuvole, alla deriva nel cielo, infinitamente. Come il sale, alla deriva nel mare, ripetutamente. Come me, alla deriva nei miei pensieri, immancabilmente. Il mare sta dentro e fuori me. Il cielo perduto negli occhi della gente. Il vento arrampicato tra le ali del gabbiano. Così perduta, sento di voler legare la sofferenza ad un palloncino d'elio. Sopra la mia testa, in alto, confusa tra le nuvole, non può far male, potrebbe addirittura migliorare.
Alla deriva.
Come le nuvole, alla deriva nel cielo, infinitamente. Come il sale, alla deriva nel mare, ripetutamente. Come me, alla deriva nei miei pensieri, immancabilmente. Il mare sta dentro e fuori me. Il cielo perduto negli occhi della gente. Il vento arrampicato tra le ali del gabbiano. Così perduta, sento di voler legare la sofferenza ad un palloncino d'elio. Sopra la mia testa, in alto, confusa tra le nuvole, non può far male, potrebbe addirittura migliorare.
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